APP o browser?

link a facebookLo dico subito: non sono mai stato un fanatico del fenomeno delle APP, specialmente quando venivano spacciate come “evoluzione” del web.

Riconosco che quando è nato l’iPhone le reti cellulari non erano dei fulmini di guerra per la trasmissione dati, i siti non erano (più) ottimizzati per connessioni a bassa velocità e ovviamente non esisteva (ancora) il concetto di “versione mobile del sito”.

In sé la APP disaccoppia i dati dalla presentazione: la presentazione risiede staticamente sul telefono (client) e i dati vengono pescati dinamicamente dal server via http[s]. Questa tecnica riduce notevolmente il traffico dati perché la presentazione (la APP), che è la parte più cospicua dal punto di vista del traffico, viene trasmessa solo in fase di installazione/aggiornamento.

Ma c’è un pericoloso risvolto della medaglia: una APP è un vero e proprio programma che gira sul telefono a cui vengono concessi dei permessi di accesso da parte dell’utente (si spera in maniera consapevole). Senza contare il fatto che spesso una APP “presenta” dei contenuti del web, senza però offrire la possibilità di ricavare un riferimento ipertestuale (URL) a quei contenuti per trasmetterli o referenziarli altrove. In alte parole, rompe uno dei fondamenti del WWW.

Si può star qui a disquisire sull’opportunità di avere un sistema con più o meno granularità di permessi, ma alla fine la questione è una: le APP tendono a chiedere più privilegi di quelli che hanno bisogno, nel nome della oramai logora “migliore esperienza di utilizzo”.

Facebook è un chiaro esempio di questa espansione e trasformazione verso qualcosa che diventa onestamente eccessivo. Se si guarda l’applicazione per Android, i permessi richiesti sono poco giustificabili ad una prima analisi. Non sono, ovviamente, tirati a caso, ma l’applicazione di Facebook inizia a diventare onestamente troppo invasiva.

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Non sono questi gli spyware che state cercando

R2-D2Il Chaos Computer Club tedesco ha rivelato l’esistenza di uno spyware utilizzato dalle autorità tedesche per spiare alcuni sospetti.

All’inizio non c’erano prove che lo spyware, ribattezzato da F-Secure R2D2, fosse collegato al governo tedesco.

Oggi sono uscite le conferme che il software è stato utilizzato dalle forze degli stati del f Baden-Württemberg, della Bassa Sassonia e del Brandeburgo.

Secondo Mikko Hypponen il malware sarebbe stato installato di nascosto in un laptop dalla polizia di frontiera.

Per verificare se il vostro antivirus rileva R2D2, potete scaricare i binari del malware da www.ccc.de/system/uploads/77/original/0zapftis-release.tgz e scompattarli sul vostro computer. Per sapere quali sono gli antivirus che bloccano il malware, basta caricare uno dei due file su VirusTotal.

Il ministro della giustizia Sabine Leutheusser-Schnarrenberger ha auspicato che i governi statali e federali tedeschi aprano un’inchiesta sull’utilizzo di questo tipo di metodi d’indagine.