Vent’anni

Babylon 5Vent’anni fa andava in onda The Gathering, l’episodio pilota di Babylon 5.

La serie creata e scritta per larga parte da J. Michael Straczynski con la consulenza di Harlan Ellison non ha avuto la fortuna di Star Trek, ma ha dimostrato che, con una buona pianificazione della produzione, era possibile fare dell’ottima fantascienza a costi contenuti.

Babylon 5 è stata una delle prime a rompere lo schema della televisione seriale classica, quella del cosiddetto”pulsante di reset” alla fine di ogni episodio. L’idea di quel periodo era che una storia che durasse più di un episodio non permettesse di attirare spettatori dopo l’inizio della programmazione perché il nuovo venuto non avrebbe capito di cosa si stesse parlando.

Come succede spesso, la programmazione italiana ha fatto scempio della serie a causa della palese imperizia di chi ne ha curato la prima trasmissione. Un passaggio relativamente recente sul satellite e in seguito sui canali terrestri con una traduzione più professionale ha ristabilito un po’ di giustizia, ma il danno oramai era fatto.

Descrivere la serie in un post di questo blog è impossibile, cito solamente quello che Michael Straczynski ha scritto quando ha deciso di pubblicare le sue sceneggiature in una raccolta di volumi: I wanted to tell a story that was about more than just the plot, more than just recalibrating the energy fields to negate the quantum flux chamber before it blew up. […] I just wanted to say something, about you and me and us and how things look from here, and ask, what the heck do you think it all means?

R.I.P. Michael O’Hare

La scorsa domenica Michael O’Hare è stato colpito da un attacco cardiaco che l’ha portato in coma; è morto questa notte.

O’Hare ha interpretato il ruolo di Jeffrey Sinclair nella prima stagione di Babylon 5, in seguito ha avuto un ruolo… particolare nell’ambito della storia.

È stato il primo attore bianco a ricevere la nomination come miglior attore al premio AUDELCO per la sua interpretazione in Shades of Brown sugli effeti dell’apartheid in Sud Africa.

Vecchi amici

La televisione seriale è una bestia strana. È allo stesso tempo una compagna e una carceriera.

Ciascuno ha le proprie serie preferite, le stagioni preferite delle serie preferite, i personaggi preferiti, eccetera.

Non ho mai amato la televisione perché non ho mai tollerato qualcuno che mi imponesse i suoi ritmi. O, più banalmente, perché fin da bambino avevo un videoregistratore e l’ho avuto un anno prima che arrivassero in Italia quegli aggeggi, quindi potevo registrarmi i cartoni animati e uscire a giocare con gli amici. Ma sto divagando.

Nell’ambito della televisione seriale (e mi limito a questo) ci sono pochi episodi che uno rivedrebbe anche una volta la settimana senza stancarsi, proprio come dei vecchi amici.

Sono episodi con cui ti trovi a tuo agio, che ti piacciono, che senti come tuoi. Proprio come gli amici, quelli veri.

Non li rivedo ogni settimana, ma magari una volta al mese mi capita di rivederne uno. Per me questi cari vecchi amici sono quattro, di due serie per molti versi uguali e opposte. Due serie che potrebbero essere lo svolgimento di uno stesso tema fatto da due bravissimi gruppi di persone.

In rigoroso ordine alfabetico di titolo:

  • Day of the Dead, Babylon 5 di Neil Gaiman
  • Far Beyond the Stars, Deep Space Nine di Marc Scott Zicree
  • In the Pale Moonlight, Deep Space Nine di Michael Taylor e Peter Allan Fields
  • The Decostruction of Falling Stars, Babylon 5 di J. Michael Straczynski

E i vostri?