Estensione esagerata

Il funzionamento dell’informatica per gli utenti è spesso un mistero, più simile a magia nera che a tecnica. C’è da dire che molto spesso, chi lavora in ambito IT e si spaccia per professionista non fa altro che alimentare la confusione, invece di risolverla.
In particolare, un argomento sempre ostico per l’utente è la questione della estensione del nome file: quella sigla poco comprensibile, succinta e spesso incomprensibile che segue il punto dopo il nome del file.

Perchè sia lì, a cosa serva, come sia fatta e via dicendo spesso è un mistero ed è apparentemente complicato far capire alle persone il suo semplice funzionamento.
Tutti sappiamo che, in Windows, l’estensione è un identificativo che, tramite una tabella di associazione, dice al sistema operativo con quale applicativo deve manipolare il file. Per la maggior parte degli utenti, invece l’estensione ha la proprietà magica di rivoluzionare il contenuto del file.

Nei miei corsi, quando cerco di spiegare questo concetto, normalemente prendo un bicchiere di plastica con una etichetta bicchiere attaccata sopra e chiedo alla platea che cosa sia. Quasi tutti riescono a rispondere correttamente, identificando l’oggetto.
Dopodichè cambio l’etichetta con una con scritto forchetta e ripeto la stessa domanda: di nuovo la maggior parte riesce a rispondere correttamente.
Passo infine a chiedere perchè se il bicchiere non è cambiato, perchè un file dovrebbe farlo, semplicemente sostituendo una scritta attaccata sopra.

Devo dire che l’espediente purtroppo non funziona molto bene.
Ad esempio, molti colleghi continuano a non capire perchè, dopo aver scannerizzato un documento e modificato l’estensione da .JPG a .DOC, il testo della pagina acquisita non sia modificabile con Microsoft Word.
Una volta avevo una collega che, tra i suoi file personali, aveva una cartella denominata Word e un’altra denominata Excel : ecco, lei non si capacitiva del perchè spostando un file dalla prima cartella alla seconda, un file di testo non si trasformasse in un foglio di lavoro ben formattato.

I file di Excel, appunto, sono quelli più soggetti a questa sorta di spoofing e nei miei anni di lavoro ne ho visti di tutti i colori.
Ultimo evento: un collega si lamentava di non avere di dati consistenti da un file XLS: aprendolo vedeva dei valori; risalvandolo, gli stessi valori si modificavano. Se altre persona aprivano il file e lo salvavano, i risultati erano imprevedibili.
Mi insospettisco subito e chiedo una copia del file per indagare. Subito dopo aver fatto doppio click, Excel mi informa che il contenuto del file non corrisponde alla estensione e conferma i miei sospetti iniziali.
Apro il file con un editor di testo e vedo subito che infatti il file non ha niente a che fare con quello che si definisce Excel Binary File Format che appunto è convenzionalmente identificato dall’estensione XLS. Non si tratta nemmeno di un file compresso (il contenitore del Office Open XML identificato da XLSX).
Mi accorgo che si tratta di un file HTML codificato in Base64, lo apro con un browser e in effetti vedo una tabella di numeri e dati. Chiedo al browser di mostrare il sorgente e vedo che, tramite xlmns, la pagina contiene riferimenti a schemi di microsoft, office ed Excel.
Come ultimo passaggio, mi sfoglio l’elenco delle estensioni di Excel e trovo un tipo denominato Single File Web Page con estensione MHT. Romino il file e lo apro con Excel: non ricevo più il messaggio di incongruità fra estensione e contenuto e il file è visualizzato correttamente per essere quindi poi salvato effettivamente in un formato di Excel tramite l’apposita funzione.

Questo è appunto solo l’ultimo di una serie di eventi simili: in passato mi è capitata una cosa analoga con una grandissima banca italiana che offriva di scaricare un “file di excel” con estensione XLS che in effetti erano file nell’ormai poco conosciuto Data Interchange Format. Anche in quel caso, l’applicativo mostrava errori di visualizzazione e conversione dei valori che poi scomparivano aprendolo nel formato corretto.
Non dimentichiamoci poi di software ERP anche molto blasonati che sputano file di testo della peggior specie e e pretendono che l’utente li usi in maniera trasparente come al solito cambiando l’estensione in maniera arbitraria.

Le ragioni di questo comportamento sono obiettivamente oscure e la giustificazione deve probabilmente ricercarsi in una combinazione fra incompetenza, pigrizia e pressapochismo di chi si occupa dell’argomento interscambio dati.

Chi fosse semplicemente pigro, potrebbe come prima cosa esportare un file di testo con separatori e qualificatori di testo opportunamente configurati e usandolo quindi come Comma Separated Value (CSV): basico e inefficiente quanto volete, ma perfettamente valido e largamente interpretato.
Chi volesse fare un lavoro migliore, potrebbe integrare diversi tipi di formati esportati – oltre al già citato CSV come minimo informatico – implementando i formati nativi di Office Open XMLOpenDocument che sono standardizzati e documentati.

Questa è una dimostrazione ulteriore che, per lavorare nel campo IT, è necessaria, oltre alla capacità tecnica, una capacità innata per la ricerca e la documentazione, oltre che una passione per fare le cose fatte bene.

Autore: Luca Mauri

Prima di tutto un Geek e un Trekker, Luca Mauri lavora come IT Manager. Entusiasta della esplorazione spaziale e della scienza in generale. È un lettore vorace e un fotografo amatoriale. Fa parte della piccola schiera degli INTJ.

3 pensieri riguardo “Estensione esagerata”

  1. Mi era capitata una cosa simile tanti anni fa con una persona che lavorava coni Macintosh a cui avevo fatto vedere ResEdit e avevo spiegato il concetto di TYPE su MacOS (prima della versione X), in quel caso per far leggere correttamente a Mac i file copiati dagli ambienti DOS/Win. Anche lui credeva che modificando il TYPE cambiasse magicamente anche il contenuto.

  2. In effetti e` un classico, capitato qualche volta anche a me. Io sono riuscito a spiegarlo usando una scatola con dentro un oggetto e con scritto sopra il nome dell’oggetto contenuto.

  3. Io farei un altro esempio. Prenderei una banconota da 10 euro e ci aggiungerei a penna uno zero. Poi proverei a vedere se l’utonto l’accetta 😉

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