Spazio commerciale o commercio dello spazio?

Estensione di una conversazione sullo sfruttamento commerciale dello spazio, originariamente trattata in una discussione su ItaTrek.

In tempi di relativa calma nel mondo di Star Trek, sulla mailing list ItaTrek spesso escono discussioni un po’ border-topic, ma non per questo meno interessanti.
Qualche settimana fa (sì, ormai il topic è freddo, cadavere, ma io ho i miei tempi per scrivere…) c’è stato un interessante scambio di battute tra alcuni di noi sull’argomento dell’esplorazione spaziale in generale e sull’idea di affidare a imprese commerciali in particolare.

Tutto il discorso nasce originariamente da una battuta, notando che nonostante si sia ormai a 2010 inoltrato, letteralmente il futuro non è quello che ci sarebbe aspettato, soprattutto per quanto riguarda la tecnologia pesante. Se pensiamo agli anni ’60 (nascita di Star Trek, conquista della Luna e via dicendo), mentre i progressi in alcuni campi della scienza sono stati enormi – vedete elettronica, informatica in genere – in campo aerospaziale si è fatto ben poco. Addirittura nel campo dell’aviazione civile, i progressi sono stati miseri: qualcuno ha fatto uno sforzo per ampliare gli aerei (vedi la Airbus con l’A380), ma per la maggior parte si è solo pensato alla economia dei singoli aviogetti.

Anche l’unico aereo supersonico civile – il celeberrimo Anglo-francese Concorde – è andato fuori mercato; quindi l’idea di statoreattori supersonici è appunto solo una idea e un gruppo di disegni schizzati da qualche disegnatore futurista. Non esiste niente che sia anche lontanamente commerciabile.
Non parliamo neanche di spazioplani (preferibilmente con il logo Pan-Am) che avrebbero dovuto portarci dalla terra alla Luna con la facilità di un volo di linea attraverso l’Atlantico negli anni ’60.

Fatta questa lunga premessa, scriviamo ora qualcosa a proposito dello spazio, che sarebbe il punto vero del post.
Come ogni buon Geek sa, l’epoca dello Space Shuttle è ormai giunta al termine: anche con un volo in più per AMS02 e i ritardi accumulati nei mesi precedenti, tutti gli indizi portano ormai a una chiusura dei lanci entro la fine del 2011, più probabilmente nell’estate di quest’anno.

La Space Shuttle doveva essere il nuovo grande impegno della NASA dopo aver conquistato la Luna: si trattava di una delle due “gambe” di una strategia che prevedeva una grande stazione spaziale da costruirsi dopo il rodaggio delle navette spaziali. Infatti nel 1984 la costruzione della stazione Freedom sembrava ormai sicura, dopo l’impegno diretto addirittura del Presidente Reagan: questa base spaziale doveva servire come punto di attracco per gli space Shuttle, come stazione di ricerca scientifica e come cantiere navale per l’assemblaggio di sonde e astronavi verso altri mondi, forse anche altri sistemi solari.
Tutto molto bello, tutto molto fantascientifico
E tutto molto irrealizzabile.

Come tutti sappiamo, Freedom non ottenne il supporto che necessitava né in patria né tra gli alleati degli USA.
Fatto sta, che alla fine una versione molto rimaneggiata di Freedom è diventata la Stazione Spaziale Internazionale, arrivata molti anni dopo, con pretese molto minori con impegno più ampio da parte della comunità internazionale. Per quanti la ISS sia comunque un importante traguardo scientifico e abbia aiutato in parte la cooperazione internazionale (come ha fatto LHC e come farà, speriamo, anche ITER), si tratta ovviamente di un ripiego, l’ombra di un progetto ben più ambizioso ormai  finito nel dimenticatoio della politica.

Mentre Freedom passa attraverso 7 riprogettazioni radicali, senza mai essere costruita e perdendo di volta in volta delle capacità operative già pianificate, la navetta spaziale finiva per essere usata come camper con cui fare esperimenti scientifici durante le brevi permanenze in orbita e come lanciatore di veicoli spaziali. Tuttavia anche la Space Shuttle ha pagato caro il suo alto costo,la piccola capacità di carico e la sua scarsa disponibilità. Infatti, invece di essere operata più o meno come un aereo di linea e compiere qualche missione ogni mese, la navetta ha finito con l’essere uno strumento troppo complesso per poter essere manutenuto così velocemente. Considerato che la maggior parte dei carichi paganti sia commerciali che militari ha poi finito per finire su lanciatori usa e getta più economici e altrettanto capienti, ormai anche il destino della navetta era segnato.

A posteriori possiamo dire ora che la space Shuttle è rimasta in vita fino ad ora solo per due ragioni: per completare l’impegno statunitense nella ISS, trasportando i moduli da assemblare, e per mantenere una gran quantità di posti di lavoro nei vari complessi che si occupavano di costruire, mantenere e sostenere la navetta e il suo processo di lancio e rientro.

Questa è tutta storia, l’attualità parte più o meno con lo space policy speech del Presidente Obama tenuto al Kennedy Space Center il 15 Aprile 2010.
In questo discorso, che molti considerano la pietra tombale delle attività di volo umano nello spazio della NASA – per lo meno per quello che le abbiamo viste fino a oggi – il presidente conferma la chiusura dei voli della Space Shuttle, e anche la sostanziale cancellazione di Constellation.

Il progetto Constellation era una la nuova visione per l’esplorazione spaziale promossa nel 2004 dal presidente Bush. In sostanza prevedeva lo sviluppo di un lanciatore pesante, l’Ares V – che avrebbe dovuto superare in capacità tutti gli altri lanciatori passati e presenti  – e di uno medio carico, l’Ares I. Questo avrebbe dovuto portare in orbita una capsula abitata chiamata Orion. Quindi, portando in orbita gli uomini con un Ares I e il carico con Ares V, si prevedeva di poter tornare sulla Luna, stabilirvi un avamposto permanente, spedirvi regolamentate uomini e mezzi e finalmente lanciarsi verso Marte.
In molti vedevano questo piano come ambizioso, non del tutto supportato e in ultima analisi irrealizzabile nei tempi e con i modi presentati al pubblico. A posteriori si potrebbe dire con cattiveria a che l’unico scopo del progetto fosse quello di elargire qualcosa come 9 Miliardi di dollari mentre il presidente si trovava ancora in carica, lasciando poi al successore la patata bollente di chiudere baracca e e burattini e di trovare una giustificazione alla cosa.

Fatto sta che allo stato attuale la NASA si trova senza una politica spaziale ben chiara, ma con tre idee fisse: la riduzione della capsula Orion a scialuppa di salvataggio per l’equipaggio americano della ISS e la sostituzione di Ares V con un nuovo lanciatore pesante, da progettare entro il 2015 e costruire subito dopo.
Su queste prime due cose non c’è molto da dire. Una volta ridotta la Orion non è ben chiaro se e come si potrà riportarla allo stato di capsula per il trasporto umano in orbita a tutti gli effetti. E’ molto più probabile che sarà necessario ripartire da zero quasi se e quando ce ne sarà bisogno, in un futuro in cui la NASA non vorrà più dipendere dalla Russia per il trasporto dei propri astronauti.

Obama dichiara anche che Ares V è indietro con la progettazione e oltre budget: la sua soluzione sembra quella di partire dall’inizio con un nuovo lanciatore pesante innovativo. Considerando che Ares V era già un progetto nuovo e  che si trova nei problemi detti, non è chiaro come partire da zero un’altra volta possa ottenere lo stesso risultato con meno soldi e in molto meno tempo. Da parte della stessa organizzazione.
Tutto è possibile, ma non è molto logico, a pensarci bene.

La terza idea è l’affidamento a soggetti commerciali per continuare l’esplorazione ed eventualmente la colonizzazione dello spazio.
I tempi e i modi un cui Obama ha tenuto il discorso sembravano anche indicare chiaramente un soggetto che dovrebbe essere responsabile di questa iniziativa. Proprio in quei giorni, infatti, in una piattaforma di lancio adiacente, la società SpaceX di proprietà del filantropo Elon Musk, stava per testare il vettore Falcon 9 che dovrebbe lanciare la capsula Dragon, in grado di ospitare cargo e personale in un futuro forse prossimo.
Sotto l’egida del progetto Commercial Orbital Trasnportation Services, Falcon9 e Dragon dovrebbero essere l’unico soggetto privato in grado di trasportare uomini in orbita e sulla ISS.

Ora, a mio avviso appare abbastanza evidente la strategia che si sta delineando. L’impegno di Obama per una missione umana verso un asteroide per il 2025 e la missione su Marte intorno al 2035 sono obiettivi abbastanza lontani per consentire un impegno immediato nullo, aprendo così la porta a un oblio che consentirà quindi alla politica di non mantenere questi impegni, considerando la quantità di legislazioni che si succederanno negli anni.
La stesa indicazione di progettare il lanciatore pesante entro il 2015, con un piano quantomeno vago per la sua effettiva costruzione, consente anche per questo una via d’uscita molto semplice.
La conclusione più probabile di questo ragionamento sembra quella di affidare in toto la creazione di hardware per lo spazio a enti privati di fare le NASA un semplice cliente di queste attività

Prima di dare un giudizio su questa politica, ci possiamo rifare a un esempio di storia recente.
Quando la Space Shuttle aveva già mostrato tutti i suoi limiti e si iniziava a parlare di un ripensamento della strategia spaziale degli USA, nella seconda parte degli anni ’90, la NASA già sviluppava insieme alla Lockheed Martin un prototipo chiamato X-33, modello in scala di un progetto che si sarebbe chiamato VentureStar. Un veicolo di nuova concezione con tecnologie innovative che avrebbero consentito un vero velivolo riutilizzabile Single Stage-to-Orbit (in contrasto con la Navetta che è composta di alcune parti riutilizzabili e non e che non va nello spazio nella sua totalità). Questa astronave avrebbe permesso il lancio di carichi paganti, uomini e moduli da assemblare in maniera molto simile alla Space Shuttle, ma con un costo di circa un decimo, con una affidabilità di un ordine di grandezza maggiore e finalmente con una semplicità di gestione più vicina a quella di un aeroplano che a quella di un veicolo spaziale.
Nonostante la piattaforma di lancio fosse già completate e il primo veicolo di prova pronto all’85%, la NASA tagliò i fondi al progeto nel 2001 preoccputa dagli alti costi e dalla tecnologia non all’altezza. Grosso problema infatti erano i serbatoio del propellete, costruiti in materiali compositi leggeri a nido d’ape, con procedimenti all’epoca del tutto nuovi e non testati.

A parte l’innovazione tecnologica intrinseca, questo progetto era pensato fin dall’inizio come una impresa del tutto privata: infatti, dopo aver contribuito finanziariamente allo sviluppo del veicolo, tutta la gestione della VentureStar sarebbe rimasta alla Lockheed e la NASA avrebbe usato il veicolo per i propri carichi e astronauti come semplice cliente dell’impresa commerciale.
Tuttavia, una volta ritirato il supporto pubblico allo sviluppo, la Lockheed non poté più continuare per conto proprio, infatti i conti della serva mostravano allora che senza contributo governativo, l’azienda non avrebbe potuto coprire i costi in maniera appropriata. Negli ultimi anni, nonostante qualche successo nei test di alcune delle tecnologie problematiche del X-33 dovuto al progresso tecnologico, non si è mai parlato in maniera seria di resuscitare il progetto, nonostante i molti soldi – pubblici e non – spesi 10 anni fa.

A me questo sembra emblematico: già una volta la NASA ha tentato di affidarsi a privati per mantenere la presenza spaziale. Eppure, nonostante il nome importante e il grande impegno finanziario, nientemeno che la Lockheed ha dovuto disimpegnarsi da un progetto che godeva del favore addirittura delle forze armate statunitensi.
Ora chiediamoci, può una avventura del genere finire in maniera diversa ora? Con giocatori diversi?

SpaceX è pur sempre una azienda giovane che ha all’attivo un manciata di voli, con un buon grado di successo, per il momento. Ma sarà in grado di far fronte allo sviluppo dei mezzi come promesso? Sarà in grado di fronteggiare le conseguenze di un incidente o inconveniente tecnico che, statisticamente, colpirà senz’altro nei prossimi anni? Se anche potesse portare astronauti nello spazio, riuscirà a fare qualcosa di diverso che fare da taxi agli scienziati americani sulla ISS?

Non vorrei che passasse il messaggio che io sia a favore dello statalismo più puro o contro la libera impresa privata, tutt’altro!
Ma mi chiedo una cosa: una azienda commerciale può essere così lungimirante da sacrificare il profitto immediato o il ritorno a medio termine per impegnarsi nel lungo periodo nell’esplorazione dello spazio?
Mettiamola in termini pratici: una azienda privata potrebbe impegnare risorse per qualcosa come 10 anni per costruire tutto l’hardware necessario a mandare astronauti della NASA su Marte? Avrebbe i fondi necessari? Il consiglio di amministrazione potrebbe spiegare agli azionisti un ritardo, un aumento di osti o qualche altro inconveniente e ricevere appoggio incondizionato per altri anni?
Francamente mi sembra poco probabile: se pensiamo che negli Stati Uniti si fa fatica a far durare una space opera in TV per più di due stagioni, non si capisce come la si possa realizzare nel mondo reale senza il rischio che venga cancellata al primo intoppo.

Senza dubbio lo spazio ha un grande posto per i privati, sia nel campo turistico che in quello industriale: senz’altro ci sono risorse naturali da sfruttare sulla Luna, sugli asteroidi ed esperimenti imporranti da fare in microgravità, ma crediamo davvero che qualche azienda ci investa dei soldi in anticipo?
Dopo tutto la NASA ha apparentatone spianato la strada verso la Luna, andandoci più di una volta negli anni ’70 e rendendo il viaggio quasi una routine. Tuttavia mi sembra che nessuna azienda si sia arrischiata ad andare a estrarre l’Elio-3: noi pretendiamo ora che una azienda decida di costruire da zero tutto quello che serve per andare su un asteroide a estrarre il ferro.

Bisogna essere realisti: c’è spazio per i privati nel trasporto dei satelliti, lo abbiamo visto. Quasi sicuramente è possibile che un privato trasporti gli astronauti sulla ISS, ammesso che l’azienda abbai soldi a sufficienza, lungimiranza a iosa e capacità di fronteggiare un incidente che potrebbe essere anche drammatico.
Ma non crediamo di poter affidare l’esplorazione ai privati: più verosimilmente e solo ipoteticamente a un consorzio di aziende radunate sotto l’ombrello di una grande agenzia spaziale o – meglio ancora – di un gruppo di agenzie di diverse nazioni.
Ma le aziende da sole no, per come la vedo io e per quanto esposto qui sopra, non credo proprio che sia ragionevole, credibile o fattibile.
Senz’altro non nei prossimi 50 anni.

Chiudo questo post con una nota che esula dall’argomento principale: con questo contributo inizio la mia collaborazione a Siamo Geek, volevo quindi rivolgere un saluto a tutti quelli che adesso sono a tutti gli effetti colleghi e ringraziare il lettore che è arrivato a leggere fino in fondo.
Mi auguro sarà solo il prima di una lunga serie di contributi.

Autore: Luca Mauri

Prima di tutto un Geek e un Trekker, Luca Mauri lavora come IT Manager. Entusiasta della esplorazione spaziale e della scienza in generale. È un lettore vorace e un fotografo amatoriale. Fa parte della piccola schiera degli INTJ.

2 pensieri riguardo “Spazio commerciale o commercio dello spazio?”

  1. “Ma mi chiedo una cosa: una azienda commerciale può essere così lungimirante da sacrificare il profitto immediato o il ritorno a medio termine per impegnarsi nel lungo periodo nell’esplorazione dello spazio?”

    Di economia so qualcosina (così dice un pezzo di carta dell’Università di Ferrara 😛 ), e la mia risposta è:

    Non in questo periodo d’incertezza sui mercati internazionali.

    Negli anni ’50 e ’60 negli USA, con un ottimismo imperante su un futuro sempre più roseo, si poteva pensare “oggi ci siamo, noi compagnia XYZ, tra 20 anni sicuramente saremo qui, poniamo le basi”.

  2. Ecco, anche a me ha colpito proprio la stessa frase. 🙂

    E mi sono venute in mente recenti parole di Confindustria in cui si affermava la necessità di ridurre i fondi alle rinnovabili per incentivare il nucleare.
    Pensando al lungo termine sono affermazioni che sicuramente possono far storcere il naso, ma riflettendo sul breve e medio termine, in un periodo in cui le cose sui mercati non stanno andando bene come era un po’ che non succedeva, dobbiamo riconoscere che le parole non escono proprio campate in aria. E se qui stiamo parlando di necessità, perché lo sganciarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili prima e dalle fonti non rinnovabili dopo, e successivamente anche l’eventuale autonomia energetica, sono obiettivi dichiarati di questo secolo, figuriamoci se si parla di quello spazio, visto da tanti più come un sogno che come un reale obiettivo.

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