In coda per… disinformare

Qualche giorno fa mi sono scagliato contro la disinformazione e oggi mi tocca ritornare sull’argomento, visto che anche nel weekend scorso ci sono stati diversi esempi di uso di tecniche di decontestualizzazione per confermare una tesi e attaccare l’avversario.

Con il termine “decontestualizzazione” si intende l’uso di immagini, frasi, eventi, ecc. che vengono estratte dal proprio contesto originale e inseriti all’interno di un altro contesto a conferma dell’argomentazione di una tesi.

Nello scorso weekend (6 e 7 Febbraio 2016) si sono svolte a Milano le Primarie del PD. Queste sono state oggetto di numerosissime critiche anche attraverso l’uso di (banali, nda) tecniche di decontestualizzazione, che sono partite dal fatto che ai vari seggi si siano recati anche una percentuale di stranieri (i dati riportano un numero che si aggira intorno ai 4 punti percentuale), tra cui molti cinesi avendo loro, in questa città, una forte comunità.

post-1-tweet-toninelliPerò secondo il deputato del Movimento 5 Stelle Danilo Toninelli i cinesi che hanno votato alle primarie non erano affatto pochi, ma erano così tanti da costringerli a stare in piedi in coda, come ha dichiarato nel suo tweet, portando anche la prova fotografica della sua affermazione.
Ma non è certo il solo.
Anche su Facebook post-4-foto-facebookaltri utenti hanno documentato le code dei cittadini cinesi di Milano in attesa del loro turno per esprimere la loro preferenza tra i candidati che si sono presentati alle primarie.

Ma in entrambi i casi, guardando bene le “prove fotografiche“, salta immediatamente all’occhio che c’è qualcosa che non va. Non va dal punto di vista meteorologico, perché a Milano il 6 ed il 7 Febbraio la temperatura media si aggirava intorno ai 4°/6° con una umidità superiore all’85% e le persone ritratte nelle due foto non mi sembravano essere vestite nel modo più appropriato, senza entrare nei particolari del terreno asciutto visto che, sebbene con diversa intensità, a Milano ha piovuto sia sabato che domenica.

Vista la fonte e vista questa anomalia era abbastanza ovvio che si controllasse se queste foto si riferissero realmente ai cinesi in coda per le primarie.
Ma come fare questa verifica?

La risposta è semplicissima: tramite (‘San’, nda) Google Images che consente la ricerca tramite immaginipost-6-google-images-1, semplicemente o post-7-google-images-2indicando l’url della foto oppure caricandola ed ottenendo, come risultato, sia l’elenco delle pagine dove quella foto è presente, sia l’elenco di foto “visivamente simili“.

Ho quindi salvato entrambe le foto e le ho inserite su Google Images. La prima, quella del Deputato 5 Stelle ha ottenuto 215 risultati, alcuni estremamente interessati. Già guardando la prima pagina vedo che uno di essi si riferisce ad un post di Lidia Baratta su Linkiesta.it che parla del rapporto tra burocrazia e cittadinanza… datato Giugno 2013.

http://www.linkiesta.it/it/article/2013/06/21/immigrati-la-burocrazia-che-nega-la-cittadinanza/14544/

Ma guardando altri risultati si scoprono cose ancora più “simpatiche“. Ad esempio che questa stessa foto è stata usata per commentare le primarie anche da un giornale online, ossia Il Secolo D’Italia… che però l’aveva già utilizzata esattamente 2 anni prima per parlare di falsi permessi di soggiorno.

http://www.secoloditalia.it/2014/02/novemila-euro-per-un-falso-permesso-di-soggiorno-ai-cinesi-sgominata-una-gang/ http://www.secoloditalia.it/2016/02/milano-solita-folla-cinesi-alle-primarie-pd-finira-come-napoli/

Ora è piuttosto normale che all’interno di una redazione si riutilizzino le stesse foto, ma solitamente si scrive da qualche parte la fonte della fotografia. Magari, sarebbe corretto (!) e onesto (!) sottolineare che la foto non ha nulla a che vedere con il contenuto dell’articolo.

La foto è anche stata utilizzata all’interno di una pagina in greco. Non conoscendo questa lingua non posso confermare nulla, ma credo proprio che la foto si riferisca a queste primarie, in quanto le altre foto presenti sembra che raccontino la campagna elettorale “mirata” fatta da uno dei candidati nella “Chinatown Milanese”, con tanto di gazebi con scritti e volantini in cinese.

Per la seconda immagine ho dovuto, ammetto, fare prima un semplicissimo “taglio” per estrarre la vera e propria foto dal meme che lo circonda.
https://mariangelatessa.wordpress.com/2010/09/23/il-lungo-viaggio-delliphone-4-da-new-york-in-cina-per-mille-dollari/Completata questa facile operazione, ho caricato l’immagine su Google Images e ho ottenuto meno risultati (31). A parte qualche pagina italiana, si tratta soprattutto di siti stranieri e quasi tutte le foto sono associate alle code fatte dai cinesi per comperare l’iPhone 4 o, come nella foto qui a sinistra del Settembre 2010, per raccontare la storia degli iPhone comperati a New York e mandati in Cina.

Combattere la disinformazione lo si fa anche così… sempre usando la parola “dubbio” ogni qualvolta ci si trovi dinnanzi a qualche proclama o a qualcosa atto a confermare una tesi, solitamente in modo urlato. Avere un dubbio e non lasciarsi prendere dalla foga del “condivido per primo” è la scelta migliore e più intelligente. Fare il tipo di controllo che ho illustrato qui non richiede affatto troppo tempo perché è una cosa semplice e piuttosto veloce. Ma comunque non sarebbe tempo perso, perché fatta con l’ottimo fine di evitare che una bufala possa girare e procurare danni.

Pensateci e collaborate anche voi a combattere la disinformazione. Perché in alcuni casi #LaDisinformazioneUccide.

2 pensieri riguardo “In coda per… disinformare”

  1. Certo, usare Google immagini o TinEye è chiedere troppo ai nostri giornalisti, si sono staccati ieri dalla penna d’oca e calamaio.
    Inoltre è così comodo usare la stessa immagine in archivio, perchè cambiarla, anche se non c’entra nulla con l’articolo?
    Non vorrai mica che un giornalista e un fotografo prendano la pioggia come i cinesi, i pensionati o altri plebei?

Spazio per un commento