Fotografia digradante

Tutti i fotoamatori avranno almeno sentito parlare del cosiddetto filtro a densità neutra graduato o, più semplicemente, filtro digradante (qualcuno lo chiama in inglese filtro GND, Graduated Neutral Density).
Non tutti ne avranno usato uno, molti forse non hanno idea delle sue possibilità.
In questo post, racconto un po’ la mia esperienza con lo strumento in modo che possa tornare utile ad altri.

Io non ho un filtro digradante e mai avrei pensato di volerlo comprare, pensando che la sua utilità fosse limitata.
Questo prima di iniziare ad utilizzare la sua controparte digitale.

La mia vacanza estiva ai fiordi norvegesi è purtroppo stata parzialmente rovinata da un meteo per la maggior parte inclemente.
Al ritorno, tuttavia mi sono reso conto che gli scatti non solo mostravano un cielo brutto, il che era perfettamente comprensibile, ma risultavano in generale più piatte di quello che ricordavo.
Dopo un po’ di ragionamenti, è risultato chiaro che il problema delle fotografie fosse proprio il cielo.
Come probabilmente tutti sapete, il sensore di una fotocamera digitale non ha la gamma dinamica dell’occhio umano, di conseguenza non riesce a rendere su file tutte le sfumature del sentiero, del prato, del bosco, della strada, del cielo e del sole. Una soluzione a tutto questo è l’utilizzo della tecnica del HDR che però spesso è scomoda da usare quando si è in viaggio e spesso si rivela anche un overkill.
Il filtro graduato viene in aiuto in situazioni in cui la perfetta esposizione del terreno e del panorama porta a una sovraesposizione del cielo che risulta molto spesso biancastro o uniformemente grigio.

In molti siti internet si trovano tutorial su come prendere questa massa di colore uniforme sgradevole e sostituirla con un meraviglioso cielo azzurro di un pomeriggio di sole greco.
Peccato che, molto spesso, questo accostamento, per quanto tecnicamente riuscito, risulti poco gradevole da vedere e, in poche parole, artificiale e fuori posto.
Il filtro digradante è una soluzione molto più naturale: posizionando la parte più scura del filtro sul cielo e la parte meno scura sul terreno e calibrando sull’esposimetro quest’ultimo dettaglio, il cielo risulterà automaticamente sottoesposto e quindi mostrerà più dettagli.

Come accennato all’inizio, il filtro digradante era originariamente (ed esiste ancora come accessorio, ovviamente) un filtro fisico, opacizzato in maniera sfumata. Con l’avvento della fotografia digitale, esiste la sua controparte informatica che ha il vantaggio di essere posizionabile a posteriori e a piacimento sulle aree effettivamente sovraesposte e può essere regolato finemente non su un solo parametro come l’esposizione, ma su molti altri, prima fra tutti la saturazione.
Il grande svantaggio è che, se il cielo (o un’altra parte della fotografia) è esageratamente sovraesposta, le informazioni sul colore potrebbero andare del tutto perse. Questo svantaggio va affrontato in primo luogo avendo cura di scattare in un formato RAW, successivamente avendo cura di preferire sempre una leggera sottoesposizione, piuttosto che rischiare il contrario.

Detto tutto questo, il filtro digradante elettronico è un vero alleato per il fotoritocco delle fotografie: senza dilungarmi troppo in descrizioni verbose (ammesso che non l’abbia già fatto) eccovi un esempio pratico.

Before and After

Come vedete il cielo della fotografia risultava lattiginoso e addirittura una ampia porzione toccava il fondo scala: vedete infatti evidenziato in rosso il cosiddetto highlight clipping: la parte di immagine così sovraesposta che supera le capacità di essere rappresentata fedelmente.
A destra vedete la stessa foto con il filtro digradante applicato in diagonale come si vede qui sotto

Maschera

Nel filtro ho abbassato l’esposizione di due stop e aumentato la saturazione del 30%, ma le regolazioni che si possono effettuare sono innumerevoli, tanto che ognuno di voi è invitato a giocare con questo strumento quando gli servirà.

Notate che qui NON c’è nessun artefatto: tutto quello che vedete nella foto è qualcosa che esisteva veramente quando ho scattato, solo le due parti della fotografia sono state sviluppate con esposizioni diverse.

Le nuvole erano tutte lì, la roccia anche e il prato pure. Il mio occhio ha visto il grigio, il verde e altre sfumature di nero più o meno marcate, la macchina fotografica semplicemente non è riuscita a mettere tutto insieme in maniera bilanciata.
Ma le informazioni erano tutte lì, nelle pieghe del negativo digitale in RAW. Per questo esistono i software di fotoritocco, ma è necessario anche un operatore umano (presumibilmente) intelligente: il software non è in grado di fare tutto questo premendo un pulsate “auto”, tuttavia mette tutti gli strumenti nelle mani del fotoamatore (o del fotografo professionista).

Sta a tutti noi sapere come e quando usarli: con questo post, spero di aver aiutato qualche lettore a rendere più gradevoli – e anche più vere in effetti – le proprie fotografie.

Autore: Luca Mauri

Prima di tutto un Geek e un Trekker, Luca Mauri lavora come IT Manager. Entusiasta della esplorazione spaziale e della scienza in generale. È un lettore vorace e un fotografo amatoriale. Fa parte della piccola schiera degli INTJ.

Un pensiero riguardo “Fotografia digradante”

  1. È splendido: questo filtro lo conoscevo solo per averne letto il nome in qualche programma, non l’avevo mai neppure toccato. Lo provo appena posso, grazie!

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