Motorola, Google e i brevetti

Nel 2011 Google aveva acquisito Motorola per 12,4 miliardi di dollari.

La mossa aveva fatto alzare non poche sopracciglia, dal momento che Google rischiava di entrare in concorrenza con alcuni suoi clienti (tra cui HTC e Samsung) nel campo della produzione di hardware per telefonia mobile.

Dopo due anni e mezzo BigG rivende Motorola a Lenovo per 2,91 miliardi, una settimana dopo che Lenovo si era aggiudicata la fascia x86 dei server IBM per 2,3 miliardi di dollari.

E gli altri 9,49 miliardi?

Nell’aprile scorso Arris ha comperato la parte Motorola Home per 2,35 miliardi (siamo a 7,14).

Nell’acquisizione c’erano anche 2,9 miliardi in cash nelle casse di Motorola che Google non dovrebbe aver girato a Lenovo (4,24).

La parte di sviluppo tecnologico e di proprietà intellettuale è stata valutata 5,5 miliardi. Questa parte non è compresa nella cessione a Lenovo, ma viene concessa in licenza (Google mantiene la proprietà dei brevetti).

Probabilmente Google avrebbe fatto volentieri a meno di imbarcarsi in questa avventura valutando in 2,6 miliardi di dollari il goodwill. Potrebbe essere stata una scelta dettata dalla necessità di possedere dei brevetti per tutelarsi da eventuali cause da parte di patent troll che avrebbero potuto acquisire Motorola per usarla come ariete per portare in tribunale altre società, un rischio che sta correndo Nokia.

Che il sistema dei brevetti sia oramai distorto e abusato è un fatto da molto tempo. Ancora una volta sorge spontaneo chiedersi cosa avrebbe potuto produrre anche una parte di quei 12,4 miliardi di dollari se fosse stata investita in ricerca e sviluppo.

Autore: Luigi Rosa

Consulente IT, sviluppatore, SysAdmin, cazzaro, e, ovviamente, geek.

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