We’ve been listening to the feedback

Nonostante tutto lo sforzo fatto dalla Scuola italiana per farmela odiare, nemmeno il maledetto flauto dolce o lo schifoso libro di testo sono riusciti a farmi odiare la musica.
Mi piace molto, la ascolto quando posso e so che la posso usare per aiutarmi a cambiare umore quando le cose non vanno bene.

Quando ho scoperto Spotify, ho capito che non avrei potuto farne a meno. Piuttosto costoso, vero, ma tuttavia mi da la possibilità di ascoltare quello che voglio, quando voglio, su tutti i dispositivi che voglio.
Difficilmente potrei chiedere di più, se non forse una maggiore attenzione verso il cliente.

Spotify è stata vittima di importanti critiche qualche mese fa per via del suo modello freemium : consentendo anche a utenti con l’abbonamento gratuito di ascoltare – seppur con limitazioni – anche album recenti, si sono attirati le critiche di una buona parte degli artisti.

Casi emblematici sono i due recenti album 25 e A Head Full of Dreams che sono arrivati sulla piattoforma, ma solo dopo mesi di attessa. Ancora più eclatante, la scelta della celebre Taylor Swift che ha deciso tout-court di non pubblicare niente su Spotify.
Questi stessi autori e album sono disponibili su altre piattaforme che non dispongono di un abbonamento free fin dal primo giorno di puibblicazione nei negozi.

Molti utenti del servizio premium (a pagamento) si sono lamentati del fatto che loro, paganti, dovessero attendere per ascoltare i properi artisti preferiti per “colpa” degli utenti non paganti.
Spotidy insiste che per il loro modello di business la versione gratuita è troppo importante e non intendono rinunciarvi, evidentemetne con l’idea bene chiara in testa che il tassso di conversione da iscrizioni gratuite verso quelle a pagamento sia così grande da poter far fronte alle critiche (e alle potenziali uscite) di utenti insoddisfatti.

Alcuni hanno suggerito che Spotify divida la musica in tre categorie

  • canzoni disponibili a tutti, sempre
  • canzoni disponibili ai sottoscrittori paganti subito e ai non paganti solo dopo qualche mese
  • canzoni disponibili solo e sempre ai paganti

Di nuovo risposta negativa dall’Azienda.

Di recente è scoppiato un caso per la rimozione di una funzionalità  da molti ritenuta importante

notification
L’icona del campanello in passato riassumeva le uscite più recenti degli artisti a cui si mette follow su Spotify ed era un modo veloce per stare sempre aggiornati sulle ultime uscite, soprattutto quando si seguono molti artisti.

Improvvisamente Spotify ha deciso mesi fa di rimuovere questa funzione in favore di una newsletter via e-mail.
Giustamente, direi io, è esploso un caso che si manifestato sui social media con lo hashtag #BringBackBell .

La cosa curiosa è che la campana è tornata dopo un aggiornamento del client desktop di pochi giorni fa

version

Per poi sparire di nuovo una volta effettuato l’ulteriore aggiornamento proposto.

In una conversazione più convenzionale sul forum di Spotify, a pagina 71, un impiegato dell’azienda presenta la “soluzione” al problema della mancanza della campana:

We’ve been listening to the feedback in this thread and we’re happy to finally announce Release Radar.

E qui già la connessione logica sfugge un po’ alla comprensione…

We know many of you are missing the Notification “Bell”. In the context of our user base, it turns out a very small percent of folks actually used the Notification bell feature. We think you’re going to like Release Radar for staying up to date on new releases.

Qui Spotify sta sostanzialmente dicendo che gli utenti della campana erano troppo pochi per giustificare lo sforzo e che ha deciso che agli utenti piacerà di più Release Radar.

Per quanto siamo ormai abituati ad aziende che decidono per conto nostro cosa dobbiamo volere

Customers don’t know what they want until we’ve shown them
― Steve Jobs

lo siamo anche da parecchio tempo

If I had asked people what they wanted, they would have said faster horses
― Henry Ford

e per quanto si possa essere parzialmente d’accordo con queste affermazioni, soprattutto in ambiti tecnologici, a causa della loro intrinseca complessità, non possiamo accettare, nel 2016, un atteggiamento del genere.

Come un utente ha eloquentemente scritto poco dopo nello stesso thread:

Wow. Release Radar must be the worst solution to a non-existing problem I’ve ever seen.

Spotify, please. For the love of god. Save yourself the embarrassment and re-enable the notification bell!

Le aziende (tecnologiche?) si sono fatte prendere da un delirio di onnipotenza verso i clienti, che una volta avevano sempre ragione?

Possiamo accettare che «We’ve been listening to the feedback» diventi «vi abbiamo ascoltato. Non ci interessa, andiamo avanti come vogliamo noi e vi convinciamo che è la stessa cosa che volete voi.»?

Autore: Luca Mauri

Prima di tutto un Geek e un Trekker, Luca Mauri lavora come IT Manager. Entusiasta della esplorazione spaziale e della scienza in generale. È un lettore vorace e un fotografo amatoriale. Fa parte della piccola schiera degli INTJ.

3 pensieri riguardo “We’ve been listening to the feedback”

  1. E’ il problema del maledettissimo Cloud. Cambiano i termini di servizio ed improvvisamente non puoi fare più ciò che hai sempre fatto. Mi spiace, io non cedo. Sarò all’antica, ma la musica la compro ancora sul caro vecchio CD (o carissimo e vecchissimo vinile, dipende dai casi) e me la archivio sul PC per praticità.

  2. Una semplice soluzione sarebbe quella di permettere agli utenti di estendere i servizi tramite estensioni, plugin, API, in modo che chi paga possa usufruire del servizio nel modo migliore che crede. Invece più passa il tempo e più queste possibilità spariscono.

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