Sensibilizzare non significa dire eresie

Lo so, il titolo è forte, ma onestamente inizio ad essere un po’ tanto stanco di chi, con la scusa della “sensibilizzazione” e del “parliamone“, utilizza generalizzazioni e luoghi comuni e rischia, con questo, di fare più danni che altro.

Questa (dal 7 al 13 Ottobre 2019) è la “Settimana Nazionale della Dislessia” e oggi il giornale “La Repubblica” ha pensato bene di fare qualcosa per portare questo argomento all’attenzione di tutti i lettori.

Lo dico subito: questa è un’intenzione molto lodevole, visto che spesso i DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento, anche se a me piace usare ‘Difficoltà’) vengono dimenticati e chi dovrebbe invece capire come poterli aiutare li ignora o, peggio, li considera come delle banali scuse per avere non si sa bene quali vantaggi rispetto agli altri (i.e.: questo post su Facebook oppure un mio precedente post).
Peccato che la modalità con cui questa sia stata realizzata non è, almeno a mio parere, lodevole quanto l’intenzione.

La Repubblica” di oggi, nella sua versione online, presenta una testata che “si muove” sino a formare una parola illeggibile:

Il link vi porta ad una versione della stessa pagina che vi permetterebbe (e si, uso il condizionale) “di sperimentare come può leggere una persona con dislessia”: lettere che continuano a muoversi all’interno delle parole:

Il condizionale è d’obbligo, perché questa “cosa” delle parole che si muovono all’interno delle parole è una delle più famose generalizzazioni, un luogo comune che, però, non sempre rispecchia la realtà.

Io sono dislessico e lo è anche mia figlia… eppure né io né lei quando leggiamo vediamo le parole muoversi. Le nostre “dislessie” sono diverse tra loro e se prendessi altri 10, 100 dislessici, difficilmente troverei qualcuno con le mie o le nostre stesse identiche difficoltà. E questo senza nemmeno addentrarci anche nelle varie “sfaccettature” dei DSA, come la disortografia, la disgrafia o la discalculia.

Generalizzare, anche se con buone intenzioni, non è mai la soluzione migliore per sensibilizzare, perché negli occhi e nella mente di chi non conosce l’argomento, il risultato è che “il dislessico non sa leggere” o, forse peggio, “il dislessico non può leggere” o altre assurde idiozie simili. E questo perché, purtroppo, questo è il messaggio che può facilmente colpire con questa pagina: la conferma di un impreciso o errato luogo comune.

Pensateci: se i dislessici fossero tutti uguali, se le difficoltà che noi affrontiamo fossero sempre le stesse, quasi non sarebbe un problema: si prende la strategia “per i dislessici” e la si applica. Boom, il gioco è fatto.

Ma non è affatto così. E lo dico perchè questa cosa l’ho sperimentata sulla mia pelle… e su quella di mia figlia.

Quando ho scoperto che Nicole era dislessica, dall’alto della mia presunzione, mi sono detto “beh, che ci vuole… farà come ho fatto io, userà le mie stesse strategie e…” … e un cazzo!
Già. Le “mie” strategie. Le “mie” tecniche. Le “mie” soluzioni non andavano bene a Nicole che deve cercare le “sue” strategie, le “sue” tecniche e le “sue” soluzioni.
E questo l’ho imparato proprio grazie a chi con i DSA ci lavora da anni, con costanza e sempre in modo professionale: ciò che può essere un aiuto nell’affrontare una difficoltà in un DSA non è affatto detto che possa valere per un’altro DSA.
Ed è per questo che la generalizzazione e la semplificazione delle difficoltà è un errore madornale che può anche essere grave. E sottolineo il “può”, non ho detto che lo sia.

Esiste una legge, la n.170 del 8/10/2010, che tratta proprio le norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico. Al di là del fatto che sia una legge “bianca” (il non seguirla non comporta sanzioni) è un’ottima legge.
Per gli studenti che rientrano all’interno di questo ambito la scuola deve redirigere un “PDP”, acronimo di “Piano Didattico Personalizzato”.

“Personalizzato”. E non “Per dislessici”.
Già perché il piano didattico viene creato in base alle necessità specifiche del ragazzo e non in base ad un unico filo conduttore generale e generico che “va bene per i dislessici”.

La Repubblica” poi dedica un’articolo per spiegare il perché di questa iniziativa e, francamente, avrebbero fatto meglio ad evitarlo. Perché più che una spiegazione sembra molto una marchetta fatta a favore di una nota associazione e di un noto provider di telefonia mobile italiano.
Le poche righe di spiegazione (che ricalcano il luogo comune sulla base del quale hanno costruito la pagina) si concludono con “[…] Per questo in passato sono stati considerati bambini pigri e svogliati, adulti non molto intelligenti. Tutto l’opposto, visto che dislessici erano Einstein e Andy Warhol. […]”

Ripeto: sensibilizzare le persone all’esistenza di questa difficoltà è una bella intenzione. Ed è un gran peccato che sia stata fatta in un modo così banale e pressapochista.

Ps: se volete una lettura di questa iniziativa fatta da un professionista, date un occhio a questo post sul gruppo Facebook di “W La Dislessia”.

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